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Estratto dall’intervento di Chiara Lubich a Londra il 19 giugno 2004, alla Westminster Central Hall.

“Quale futuro per una società multiculturale, multietnica e multireligiosa?”

(...) In questi ultimi anni, le nostre società europee vengono percorse da importanti correnti migratorie, da Est a Ovest e da Sud a Nord. Questo fenomeno sta incidendo profondamente sulla fisionomia del nostro continente, rendendo le sue città sempre più variegate. Lo si vede camminando per le strade, lo si nota, ad es., nel fiorire di moschee, ma anche di molti templi in Paesi che fino a poco tempo fa erano ancora quasi esclusivamente di religione cristiana.

insbruck_03Contemporaneamente i moderni mezzi di comunicazione rendono presenti gli uni agli altri persone e popoli materialmente lontanissimi; tanto che, per esempio, nelle scelte personali di un giovane occidentale, può avere ora un peso decisivo ciò che accade in Asia o in Africa. Nessuno ci è più estraneo, perché lo “vediamo”, perché sappiamo di lui.
Inoltre, la globalizzazione economica e finanziaria ha intrecciato tutti i nostri interessi, che non sono più separati fra di loro. Molti problemi attuali riguardano l’umanità nel suo insieme e nessun popolo può affrontarli separatamente dagli altri. Viviamo dunque in un mondo che davvero è diventato, come si dice,  un “villaggio globale”: un villaggio complesso e nuovo.
Situazione questa che ci mette davanti delle possibilità di conoscenze e di sviluppo impensate, anche se non mancano certo paure, diffidenze e chiusure, soprattutto per il pericolo sempre imminente del terrorismo.
In una situazione, per certi versi simile alla nostra, si è ritrovato un grande santo e dottore della Chiesa: Agostino di Ippona che, di fronte al crollo dell'Impero Romano sotto la pressione delle migrazioni dei popoli del Nord e dell'Est, ha avuto la grazia e la lungimiranza di aiutare la coscienza cristiana a capire che lo sconvolgimento della civiltà, che stava avvenendo sotto gli occhi di tutti i suoi contemporanei, non era la fine del loro mondo, ma la nascita di un mondo nuovo .

(...) La fraternità vera, reale, sentita è, infatti, il frutto di quell'amore capace di farsi dialogo, rapporto, di quell'amore cioè che, lungi dal chiudersi orgogliosamente nel proprio recinto, sa aprirsi verso gli altri e collaborare con tutte le persone di buona volontà per costruire insieme l'unità e la pace nel mondo.

(...) Molto si sta facendo nel campo della solidarietà internazionale, da parte delle organizzazioni non governative. Ciò che manca è che gli Stati facciano proprie quelle scelte politiche ed economiche atte a costruire una comunità fraterna di popoli impegnata a realizzare la giustizia.
Perché di fronte ad una strategia di morte e di odio, l'unica risposta valida è costruire la pace nella giustizia. Ma senza fraternità non c'è pace. Solo la fraternità fra individui e popoli può assicurare un futuro di convivenza pacifica.
Del resto la fratellanza universale e la conseguente pace non sono idee di oggi. Esse sono state spesso presenti nelle menti di spiriti forti perché "il piano di Dio sull’umanità è la fraternità e l’amore fraterno è iscritto nel cuore di ogni essere umano".
"La regola d’oro - diceva il Mahatma Gandhi - è di essere amici del mondo e considerare ‘una’ tutta la famiglia umana" . E Martin Luther King: "Ho il sogno che un giorno gli uomini (...) si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli (...); (e) che la fraternità (...) diventerà l'ordine del giorno di un uomo di affari e la parola d'ordine dell'uomo di governo" .
Nonostante le distruzioni, può emergere dunque anche dalle macerie del terrorismo quella grande, antica verità a noi così cara: che noi tutti sulla terra siamo un’unica grande famiglia. E chi ha indicato e portato questa verità come dono essenziale all’umanità, è stato Gesù, che ha pregato così prima di morire: "Padre, che tutti siano uno" (Gv 17,21).

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