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Il Mppu sulla tragedia nel Mediterraneo

L'ennesima tragedia avvenuta nel Canale di Sicilia con il suo pesantissimo bilancio di vite umane richiede una risposta che non può più essere solamente quella dell'indignazione e del dolore, ma che deve articolarsi in termini politici e propositivi.

Bisogna distinguere tre diversi ambiti di iniziativa e di azione pubblica e politica.

In primo luogo occorre dare un segnale forte di attivazione di tutte le risorse istituzionali, infrastrutturali, umane e finanziarie disponibili al fine di avviare una vasta mobilitazione per rispondere all'emergenza con strumenti adeguati e in modo fattivo, immediato, efficace.

L'accoglienza temporanea dei migranti e dei rifugiati deve essere equamente ripartita sul territorio nazionale, tenendo conto delle strutture disponibili, della composizione e consistenza della popolazione residente nei comuni italiani e della presenza di reti locali di intervento solidale, organizzato, responsabile. A questo proposito la rete dei comuni che fanno parte dell'associazione «Città per la fraternità» è in prima fila per la realizzazione di tali interventi di emergenza, adoperandosi per reperire strutture e contesti appropriati per offrire un’ospitalità transitoria ma dignitosa ai migranti e rifugiati che approdano in Italia dopo drammatici viaggi per fuggire da situazioni di estrema miseria, persecuzioni, conflitti interni e internazionali. Più in generale, il Movimento politico per l’unità assicura il suo pieno sostegno umano e politico a tutti quegli amministratori chiamati in questo periodo ad assumere decisioni difficili, spesso impopolari, sovente lette in termini strumentali, specie in relazione a scadenze elettorali. Non ci può essere nessun equivoco su questo punto, e che cioè è dovere di ogni amministratore pubblico, a livello locale come a quello nazionale e internazionale, far comprendere le ragioni di misure emergenziali di ospitalità, adottate nel pieno rispetto dei diritti e delle aspettative delle comunità politiche, senza tuttavia sottrarsi ai doveri di umanità e di risposta a esigenze immediate ed elementari di altri esseri umani.

In secondo luogo, nel contesto dell'appartenenza all'Unione Europea occorre che si chiarisca l'equivoco fondamentale che mina alle fondamenta qualunque seria politica di gestione dei flussi migratori. Non si può infatti invocare un ruolo più incisivo delle istituzioni di Bruxelles senza al contempo fornire l'Unione Europea delle necessarie competenze e delle correlate risorse umane e finanziarie per svolgere funzioni che gli Stati membri, compresi quelli mediterranei, non hanno voluto condividere in una prospettiva di vera integrazione. Le migrazioni sono ancora ritenute un affare interno degli Stati membri dell'Unione Europea, e ciò nonostante che la loro dimensione chiaramente internazionale e transnazionale appaia di tutta evidenza, e non solo nelle situazioni più tragiche come quelle verificatesi negli ultimi anni nel Mediterraneo. La gestione dei flussi migratori, non meno del governo dell’euro, richiederebbe un indispensabile passaggio verso l'unione politica, in un momento in cui, purtroppo, si manifestano tendenze politiche che lasciano credere che le risposte alle varie crisi europee debbano essere essenzialmente nazionali.

In terzo luogo, i fenomeni migratori che si manifestano nel Mediterraneo hanno cause geograficamente e politicamente più ampie, coinvolgendo l'estesa ingovernabilità della Libia, della Somalia, di ampie regioni dell'Africa sud sahariana, senza contare la destrutturazione in atto dei contesti regionali del Medio Oriente, e in particolare della Siria e dell’Iraq. La vastità e complessità delle questioni politiche, economiche, sociali e culturali che caratterizzano tali aree richiederebbe una mobilitazione della comunità internazionale, a cominciare dalle Nazioni Unite, per attuare un vasto piano di interventi e di misure d’urgenza, superando le contrapposizioni e i veti incrociati.

Quanto meno, l’Unione Europea dovrebbe assumere iniziative incisive e determinanti, cominciando dalla Libia, per favorire la stabilizzazione e la ricostruzione di un patto nazionale, un «piano Paese» che riporti la Libia in condizioni di praticabilità politica, economica e di sicurezza. Quanto all’Africa, è necessaria una convergenza tra Europa, Stati Uniti, Cina per consolidare le istituzioni e dare maggiore respiro alle prospettive sociali ed economiche delle aree più svantaggiate del continente, a cominciare da quelle non dotate di risorse naturali, idriche, energetiche.

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