I giorni di Caino

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15 Marzo 2022

Intervista a Antonio Maria Baggio Professore ordinario di “Filosofia politica” nell’Istituto Universitario Sophia; Direttore del Center for Research in Politics and Human Rights; Presidente della Fondazione Toni Weber

 

Che risposta si può dare davanti alla tragedia in corso della guerra in Ucraina che sfugge a tutte le previsioni di esperti di geopolitica e di strategia militare? La scelta di Putin è quella di un pazzo imprevedibile come dicono alcuni oppure esiste una logica nella sua azione? Si tratta di una nostalgia dell’Urss o del grande impero zarista?

«Nel dicembre 1989 ebbi a Mosca vari incontri con intellettuali, sia docenti universitari, sia funzionari di partito o dirigenti delle sue attività culturali. In Europa occidentale si discuteva molto del processo di ristrutturazione sia della visione socialista che delle istituzioni dell’Unione Sovietica lanciato da Michail Gorbacëv. Io mi aspettavo di incontrare un dibattito analogo, cioè interno ad una visione marxista, che tentasse di esplorare le possibilità di rinnovamento della prospettiva socialista. Mi accorsi invece che esisteva, sì, l’interesse per gli effetti pratici, economici ed istituzionali della perestrojka, per le possibilità che si aprivano a forme di opposizione politica e di libera espressione del pensiero, ma il marxismo, per l’élite, contava già molto poco, non aveva più il ruolo di prospettiva culturale ed ideologica unificante. Si affacciava invece, emergendo da lontane e profonde radici,  un forte senso identitario russo, che reagiva con irritazione alle manifestazioni, allora già evidenti, di tendenze autonomiste da parte delle Repubbliche federate. Queste, di lì a due anni, con lo scioglimento dell’Unione Sovietica (dicembre 1991), avrebbero raggiunto una piena sovranità.

In quel momento Vladimir Putin lascia i servizi segreti e inizia una carriera politica che lo porterà, nel giro di otto anni (1999), a divenire Primo ministro. Nei successivi vent’anni di potere Putin  elimina le aperture democratiche iniziate da Gorbacëv e Eltsin e ricostruisce le strutture e le dinamiche di uno Stato totalitario quale era l’Unione Sovietica: l’ex direttore dei servizi segreti dispiega la propria mentalità di controllo liberticida su una dimensione continentale. Non prendiamocela col popolo russo per l’invasione dell’Ucraina: i russi sono le prime vittime del loro sistema. “Diventato presidente”, ha scritto la giornalista Anna Politkovskja, “Putin – figlio del più nefasto tra i servizi segreti del Paese – non ha saputo estirpare il tenente colonnello del KGB che vive in lui, e pertanto insiste nel voler raddrizzare i propri connazionali amanti della libertà. E la soffoca, ogni forma di libertà, come ha sempre fatto nel corso della sua precedente professione” (La Russia di Putin, Adelphi 2005, p. 5). La Politkovskaja, nei suoi articoli, aveva denunciato il regime di terrore instaurato dall’esercito russo durante l’occupazione della Cecenia; venne assassinata e il suo corpo fu trovato nell’ascensore del suo condominio il 7 ottobre 2006.

L’ideologia del nuovo regime non è più il marxismo-leninismo, ma la visione di una Grande Russia, culturalmente e istituzionalmente imperiale, con forti radici religiose: Putin stesso ostenta accuratamente la propria partecipazione ai riti della Chiesa Ortodossa. La nuova miscela politica-nazionalistica-sacrale – che non ha nulla di realmente cristiano – funziona come ideologia esattamente come il socialismo in epoca sovietica. Il nemico non è più il capitalismo, ma l’Occidente. È un nemico inteso – alla scuola di Lenin – come nemico assoluto. Nel recente discorso del 24 febbraio, in cui dichiara l’inizio della “operazione militare” in Ucraina, Putin descrive il “blocco occidentale” come un impero costruito dagli Stati Uniti modellando gli  Stati europei a propria immagine, un impero che “minaccia i nostri valori  per imporci i suoi e corrompere la nostra gente”.  È la lotta – tipicamente ideologica – del “puro” contro l’“impuro”.

La strategia di Putin appare strettamente legata a questa visione. All’interno delle Repubbliche ex-sovietiche ci sono presenze di popolazione russa, di diversa entità.  I russi sono minoranze trascurabili in Stati quali il Tagikistan e l’Azerbaigian, ma il loro numero è invece molto consistente all’interno delle Repubbliche Baltiche, della Bielorussia, dell’Ucraina. È su questa base che Putin costruisce la sua visione di recuperare alla Russia gli Stati che si sono emancipati dall’Unione Sovietica. Poi, è vero anche che, sul piano strategico, ha bisogno di Stati-cuscinetto tra la Russia e i Paesi-Nato; e ha bisogno di popolazione russa, data la grave crisi demografica della Russia, che pone problemi rilevanti, oltre che all’economia, anche per il mantenimento delle dimensioni numeriche delle forze armate».

 

Pensavamo di aver superato il concetto di guerra giusta nell’era dell’apocalisse nucleare grazie alle continue prese di posizione di Francesco…

«Molto prima del papato di Francesco il Catechismo della Chiesa Cattolica aveva già preso le distanze dal concetto di “guerra giusta”, usando l’espressione, riferita al passato, “dottrina detta della guerra giusta”. Il Catechismo presenta alcuni elementi che effettivamente discendono, re-interpretati e attualizzati, da tale tradizione, ma evita di giustificare in alcun modo la guerra in quanto tale. Il Catechismo espone invece le “rigorose condizioni di legittimità morale”  che possono giustificare “una legittima difesa con la forza militare”. La difesa che il popolo ucraino sta opponendo  all’invasione militare rientra pienamente in tali condizioni.

Una di esse, che in questi giorni è stata talvolta messa in discussione, raccomanda che “il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare”(Catechismo, N° 2309). Sembrerebbero apparentemente rifarsi a tale condizione  le opinioni di coloro che pensano che gli ucraini, resistendo all’invasione, “provochino” più danni di quanti ne farebbe la mera accettazione dell’invasione. E, in questo senso, viene detto, sarebbe da condannare anche l’aiuto prestato dai Paesi, quali l’Italia, che hanno fornito agli ucraini armi per difendersi. Ritengo che si debba prendere atto che gli ucraini hanno valutato liberamente quale fosse, per loro, il male più grande e hanno deciso di resistere: dalla Seconda guerra mondiale ad oggi abbiamo potuto costatare che cosa possa fare un esercito occupante, dalla Germania sconfitta, al Vietnam, alla Cecenia… Non è stata la resistenza degli ucraini a trasformare l’invasione russa  in una azione criminale: questa lo è stata fin dall’inizio, nella progettazione, nell’esecuzione, nella giustificazione ideologica, perché è una guerra di aggressione. L’aiuto agli ucraini può essere dato in vari modi, sia con il soccorso e la cura, sia con l’ospitalità, sia con il combattimento armato che difende il debole aggredito: ciascuna di queste scelte che riflettono diverse opinioni e disposizioni, se fatta in coscienza, ha la propria legittimità etica.

 

Ci troviamo di nuovo di fronte al diritto di ingerenza umanitaria proposto da Giovanni Paolo II? È questo il caso della guerra in Ucraina che legittima i Paesi europei ad inviare armi al governo di Zelensky?

Il diritto di ingerenza umanitaria non costituisce, a mio avviso, una specie di “ritorno indietro”, come se avesse un valore inferiore rispetto alla “nonviolenza attiva”. Esso è un diritto da interpretare con grande attenzione onde evitare distorsioni e abusi, ma è un diritto reale da applicare se le circostanze lo richiedono; esso diventa, cioè, dovere morale di intervenire a difesa e custodia della persona minacciata.  Giovanni Paolo II infatti ha sostenuto e argomentato chiaramente e in più occasioni questa prospettiva, non solo come “diritto”, ma specialmente come “dovere”, criticando l’uso strumentale del principio della “non ingerenza”: “Non bisogna – spiega ai partecipanti alla Conferenza Internazionale sulla Nutrizione (5 dicembre 1992) che le guerre tra le nazioni e i conflitti interni condannino civili indifesi a morire di fame per motivi egoistici o di parte. In questi casi, si devono garantire in ogni modo gli aiuti alimentari e sanitari ed eliminare tutti gli ostacoli, compresi quelli che si giustificano con il ricorso arbitrario al principio della non ingerenza negli affari interni di un paese. La coscienza dell’umanità, ormai sostenuta dalle disposizioni del diritto internazionale umanitario, chiede che sia reso obbligatorio l’intervento umanitario nelle situazioni che compromettono gravemente la sopravvivenza di popoli e di interi gruppi etnici: è un dovere per le nazioni e la comunità internazionale, come lo ricordano gli orientamenti proposti durante questa Conferenza”. Il 23 gennaio 1994 il Papa entra direttamente nella questione posta da un conflitto armato: “Purtroppo, nonostante i molti sforzi, la guerra nelle regioni della ex Jugoslavia continua resistendo ad ogni tentativo di pacificazione, e sconvolge tutti noi per le sue crudeltà e le molteplici violazioni dei diritti dell’uomo. No, non possiamo rassegnarci! Non dobbiamo rassegnarci! Agli organismi competenti rimane la responsabilità di non tralasciare nulla di quanto è umanamente possibile per disarmare l’aggressore e creare le condizioni di una giusta e durevole pace”.

Non si può certo considerare l’ingerenza umanitaria solo come un’idea personale  di Giovanni Paolo II; il diritto e dovere di fermare l’aggressore ingiusto è patrimonio della dottrina sociale cristiana, oltre che del diritto internazionale, ed è stato riaffermato anche da Papa Francesco, ad esempio nella Conferenza Stampa svolta nel volo di ritorno dalla Repubblica di Corea il 18 agosto 2014. Rispondendo alla domanda se approvava il bombardamento attuato da forze aeree statunitensi in Iraq, per neutralizzare dei terroristi, egli risponde: “In questi casi, dove c’è un’aggressione ingiusta, posso soltanto dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare, fare la guerra, ma fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare, dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito. Ma dobbiamo anche avere memoria! Quante volte, con questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una vera guerra di conquista! Una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stata l’idea delle Nazioni Unite: là si deve discutere, dire: ‘E’ un aggressore ingiusto? Sembra di sì. Come lo fermiamo?’. Soltanto questo, niente di più”. Come si vede, valutare è difficile. Ed è difficile, ma possibile, usare anche le armi se necessario, nel rispetto delle condizioni etiche stabilite dal Catechismo, in obbedienza alla coscienza morale personale e attraverso un discernimento internazionale condiviso. Dobbiamo esserne coscienti noi e devono saperlo anche i possibili aggressori».

 

Cosa è cambiato rispetto ai  casi ungheresi e cecoslovacchi dove la cortina di ferro e la minaccia nucleare impedivano l’intervento occidentale in aiuto agli insorti?

«Mi limito a sottolineare un aspetto particolare, pertinente  per il confronto con la situazione attuale dell’Ucraina. Nel 1956 ungherese e nel 1968 cecoslovacco non ci fu un intervento militare diretto degli Stati europei e degli Stati Uniti, esattamente come oggi. Alla luce di quanto ho già esposto, però, appare chiaro un dovere di intervento. Oggi come allora (erano i tempi della “guerra fredda”) è volontà dei Paesi democratici di non scatenare una guerra mondiale.

Nella nostra epoca però, molto più che negli anni Cinquanta e Sessanta del ‘900,  le economie sono fortemente interconnesse e questo rende possibile una azione efficace, non militare, attraverso le sanzioni. Ma bisogna avere chiaro che cosa si vuole ottenere con le sanzioni. Se l’obiettivo non è attuare una mera “punizione” giusto per dire di avere fatto qualcosa, ma è quello di contribuire a rendere insostenibile per la Russia l’impegno bellico, non solo per quanto riguarda l’invasione dell’Ucraina, ma anche per altre possibili azioni militari russe contro altri Paesi, anche dell’Unione Europea, che in questo momento nessuno può escludere, ci aspettano grandi sacrifici, perché è chiaro che l’interdipendenza delle economie porta forti danni anche a coloro che mettono in atto le sanzioni. Per sostenere i sacrifici bisognerà mettere in atto una grande e diffusa solidarietà, bisognerà compiere delle rinunce, e bisognerà farlo di buon grado, se questo è ciò che serve per evitare l’allargamento della guerra.

Non è stato un errore sviluppare l’interdipendenza economica, anzi: è fondamentale per costruire le basi economiche della pace e della collaborazione e bisognerà riattivarla appena possibile; oggi costatiamo che non è un processo lineare».

Quali proposte concrete si possono fare davanti ad una situazione che sembra senza via di uscita?

«Devono essere esplorate tutte le possibilità della diplomazia. Esistono soluzioni che non coincidono con ciò che le parti in causa dichiarano di volere, ma che permetterebbero alle parti di ritirarsi dal conflitto potendo dichiarare di avere ottenuto obiettivi importanti. L’Ucraina potrebbe essere accettata come Paese candidato all’ingresso nell’Unione Europea (e questo rispetterebbe il diritto ucraino di scegliere la propria collocazione internazionale) ma non entrare nella NATO (e questo risponderebbe all’esigenza russa di non trovarsi con un Paese-Nato ai confini meridionali). Soluzioni accettabili per la Crimea (che ha una maggioranza di popolazione russa) e per le “Repubbliche autoproclamate” del Donbass possono essere discusse e trovate. L’importante è fermare le armi.

Ma questo non basta. Il 10 marzo il ministro degli Esteri russo Lavrov, in occasione dei colloqui  col ministro ucraino Kuleba, ha dichiarato: “Non abbiamo invaso l’Ucraina e non abbiamo l’intenzione di invadere altri Paesi”. Questa affermazione, che appartiene ad una logica imperiale capace di giustificare qualunque azione, deve essere presa come un chiaro avvertimento per tutti noi. Il fatto è che non è mai stata la ragionevolezza a portare i detentori di un potere totalitario  alla trattativa, bensì il rapporto di forza. Possono essere portati a soluzioni ragionevoli, ma solo all’interno delle condizioni create dalla forza. Viviamo i giorni di Caino, della fraternità negata tra popoli che hanno invece legami fraterni reali. Per ripristinare le condizioni della fraternità, chi vuole costruire la pace deve avere forza: spirituale, culturale, politica, economica, militare.

L’Unione Europea, attualmente, deve consolidarsi in tutti questi aspetti, anche modificando, per quanto risulti necessario, le istituzioni e gli stili di vita. L’Unione non è del tutto adeguata a ciò che potrebbe accadere, a far fronte a questa e ad altre “non-invasioni”, ora non più imprevedibili. È necessario, è dovere della responsabilità e della prudenza di cittadini sovrani e dei loro governanti, creare le condizioni che permettano a ciascuno di contribuire alla pace nel rispetto delle proprie rette convinzioni».

Intervista di Carlo Cefaloni – Da Città Nuova